Uniti contro l'AIDS

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Ultimo aggiornamento

  • 25 maggio 2015

Novità da ICAR, la ricerca italiana a confronto

ICAR
 
Dal 17 al 19 maggio si è svolta a Riccione la Conferenza Italiana su AIDS e Retrovirus (ICAR), che annualmente affronta la tematica dell'Infezione da HIV, dell'AIDS e delle Infezioni Opportunistiche. Quest'anno è stato inoltre dato risalto alle co-infezioni, con riferimento particolare alle Epatiti Virali. Nel corso della Conferenza sono intervenuti numerosi ricercatori che hanno presentato i più aggiornati dati epidemiologici dell'infezione e i risultati sperimentali di studi sui meccanismi dell'infezione e di studi clinici sulla sperimentazione di trattamenti farmacologici. Altri studi specifici di natura socio-comportamentale hanno delineato l'evoluzione dell'impatto e della consapevolezza dell'infezione, particolarmente tra le popolazioni più vulnerabili quali i giovani, le donne e i migranti. Alla fine della Conferenza è stato pubblicato un Comunicato Stampa che sintetizza gli aspetti più interessanti emersi e che mettiamo a disposizione:

Si è conclusa a Riccione ICAR, la VII Conferenza italiana su Aids e retrovirus, la ricerca italiana a confronto

ICAR 2015 - FOCUS SU HIV: VACCINI, PRIMATO DELLA RICERCA, NUOVE SCOPERTE E GLI ULTIMI DATI

La retention in care (ndr la capacità di far portare avanti regolarmente la terapia al paziente) è assolutamente più efficace in Italia che in tutti gli altri Paesi occidentali: quello italiano è un modello di intervento da esempio per gran parte del resto del mondo, che porta ad una viremia negativa dell’80% dei pazienti seguiti.



IL CONGRESSO - Hiv ed epatiti, infezioni e nuove terapie al centro della VII Conferenza italiana su Aids e retrovirus (Icar),organizzato dai presidenti del Congresso Cristina Mussini, Laura Sighinolfi e Andrea Cossarizza, che si è concluso ieri a Riccione, con oltre 1200 partecipanti, di cui 800 specialisti presso il Palazzo dei Congressi. L'evento pone all'attenzione della comunità scientifica la necessità di individuare percorsi di diagnosi e cura dell'infezione da HIV che si basino sulle interazioni tra ricerca di base, ricerca diagnostico-clinica ed esigenze delle persone sieropositive. Icar dal 2016 con la 8° edizione, cambierà e allargherà i propri confini d’indagine e tratterà non solo Aids ed Epatite, ma anche la ricerca antivirale in genere. Oltre alla medicina di genere, declinata non solo al femminile, e la resistenza naturale all'infezione da HIV, anche la comprensione di nuove strategie di eradicazione.

L’ITALIA E IL SUO PRIMATO SU HIV - “La ricerca italiana è all’altezza delle altre nazioni europee” afferma il professor Adriano Lazzarin, Presidente ICAR, e primario della Divisione di Malattie Infettive IRCCS San Raffaele. Il principio alla base di questa affermazione è molto semplice: “i farmaci antiretrovirali sono disponibili per tutti. L’Italia è stata efficiente anche nell’ottenerli nella fase di sviluppo; si dovrebbe rendere più rapida la registrazione per averli a disposizione”. Un vantaggio del sistema italiano è che ha fatto un piano di intervento ministeriale con una legge centrata sui professionisti di settore (centri e ambulatori di malattia infettiva, distribuzione farmaci negli ospedali) (L. 135/90). La retention in care è assolutamente più efficace in Italia che in tutti gli altri Paesi occidentali: quello italiano è un modello di intervento da esempio per gran parte del resto del mondo, che porta ad una viremia negativa dell’80% dei pazienti seguiti. Negli USA, ad esempio, i molteplici passaggi necessari dal test alla cura fino al medico di medicina generale porta a risultati molto più modesti (50%).

CI SONO LE CURE, NON UN VACCINO. Ad oggi, un vaccino per l’HIV non esiste. E’ stata una chimera inseguita dai primi ricercatori più negli anni ‘80. Come spiega il professor Lazzarin “il problema principale è che un vaccino facile da costruire si ricava da un anticorpo che inattiva il virus e lo blocca; per l’HIV ciò non può essere realizzabile, poiché gli anticorpi neutralizzanti, laddove esistano, non sono in grado di bloccare l’infezione una volta che è entrata nelle cellule. Quindi il problema di non acquisire l’infezione si può risolvere cercando di far produrre anticorpi contro il virus, ma ad oggi nessun anticorpo da solo sembra in grado di neutralizzare l’infezione”.

Si possono dunque solamente potenziare le difese immunitarie contro il virus. E' con la cosiddetta vaccinazione terapeutica e non preventiva, che viene aperta una finestra sul rafforzamento delle risposte immunitarie attraverso le cellule che generano anticorpi: l’organismo sottoposto alla vaccinazione riuscirebbe così a potenziare la capacità di produrre anticorpi attraverso lo stimolo di cellule dendritiche (ndr sono cellule che fanno parte del sistema immunitario). Le cellule dendritiche sono le prime colpite dall’infezione, che poi passano ai linfociti. Il risultato delle dimostrazioni effettuate finora non ha però mostrato il vaccino come un obiettivo facilmente perseguibile. In merito a quegli studi internazionali che prefigurano risultati rivoluzionari dunque si può essere ottimisti, ma con molta cautela.

LA SCOPERTA - La ricerca del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie di Trieste ha scoperto dove il virus dell'Hiv si insidia una volta arrivato nelle cellule infettate. Ricordiamo che la caratteristica di questo virus è quello di integrare il proprio patrimonio genetico in quello della cellula infettata: in parole povere, anziché avere ventimila geni come tutte le nostre cellule, la cellula infettata ha qualcosa in più, il Dna del virus.

"Abbiamo sviluppato - spiega il Prof. Mauro Giacca, medico ricercatore e direttore del Centro Internazionale di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (ICGEB) - una tecnica di microscopia sofisticata che permette di capire dove va a finire il Dna del virus. L’abbiamo trovato tutto nella periferia del nucleo, vicino ai pori nucleari, ovvero alle porte di ingresso attraverso cui le molecole entrano ed escono dal nucleo. Il virus sfrutta il passaggio attraverso queste porte e, non appena entrato nel nucleo, va a integrare il proprio Dna in quello della cellula”.
Questo è con ogni probabilità il motivo per cui la replicazione del virus, una volta raggiunto questo punto preciso, si spegne. In questa maniera, la cellula che contiene il virus sfugge al sistema immunitario e diventa insensibile ai farmaci. Questi ultimi sono molto efficaci nel bloccare la malattia e quindi nel mantenere il paziente apparentemente sano, ma sono totalmente inefficaci nell’eliminare il virus. Ecco perché, dei 65 milioni di persone infettate a partire dagli anni ’60 ad oggi, nessuno è mai guarito definitivamente.

"Lo studio è un passaggio importante che permette di definire nuovi bersagli per la sperimentazione di farmaci", aggiunge il Prof. Andrea Cossarizza, uno dei presidenti del congresso. "Il contributo del Prof. Giacca apre nuovi scenari per la comprensione di un momento chiave del ciclo replicativo del virus all'interno della cellula. La scoperta di un nuovo meccanismo, oltre a evidenziare la qualità della ricerca italiana (sempre in affanno per la cronica mancanza di fondi), apre nuove prospettive di grande interesse".

“Adesso che noi sappiamo con quali fattori il virus interagisce, sarà possibile preparare farmaci mirati a bloccare l’integrazione del Dna del virus. Questi potrebbero consentire l'eradicazione definitiva dell'infezione", conclude il Prof. Mauro Giacca.

HIV - L'infezione HIV ha più di trent'anni, ma negli ultimi tempi ci sono stati dei cambiamenti epidemiologici sostanziali. Se prima l'infezione era soprattutto legata alla tossicodipendenza, oggi si trasmette quasi esclusivamente con i rapporti sessuali. Secondo gli ultimi dati dell'Istituto Superiore di Sanità, le nuove diagnosi in Italia sono state 3608. Di queste l'84% sono a trasmissione sessuale: è per questo che gli specialisti della SIMIT, Società Italiana Malattie Infettive e Tropicali, chiedono attenzione costante, tutto l'anno.

ETA' E MANCATA INFORMAZIONE - In Italia le fasce d'età colpite sono tutte quelle sessualmente attive, ma sopratutto quelle tra i 30 e i 39 anni. “C'è una preoccupante quota di infezioni tra i 25 e i 29 anni - chiarisce una delle presidenti del Congresso, la dott.ssa Laura Sighinolfi responsabile della struttura semplice per la gestione Infezione da HIV della  Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara - Questi sono nati quando l'infezione era già nota, ed una  corretta informazione durante l'adolescenza avrebbe potuto evitare il contagio. E' per questo che bisogna puntare ulteriormente alla comunicazione e la prevenzione, soprattutto per le nuove generazioni. Almeno la metà delle persone a cui viene diagnosticata arriva all'Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara con infezione avanzata. Ancora oggi il test viene fatto solo quando c'è un'indicazione clinica, cioè quando iniziano a manifestarsi i primi sintomi: accade per il 40% della popolazione italiana”.

DONNE E GRAVIDANZA - Un discorso a parte meritano le donne in stato di gravidanza: è aumentata la sensibilità nei confronti delle donne incinta, con indicazioni di fare il test anche in assenza di condizioni sintomatiche, in modo da garantire la salute del bambino, e di aiutarlo preventivamente in caso di infezione. La prevenzione è importante, e sarebbe bene che prima di entrare in una relazione entrambi i partner si facciano i test, e che per ogni rapporto occasionale a rischio si faccia uso di contraccettivi. (ndr solo i contraccettivi di barriera come il condom maschile, condom femminile e dental dam, prevengono le IST).

L’IMPEGNO DELL’EMILIA ROMAGNA -  RIMINI E LA PROVINCIA - “La provincia di Rimini non è stata scelta a caso per organizzare il Convegno, infatti, è quella che ha un'incidenza maggiore - aggiunge la dott.ssa Laura Sighinolfi infettivologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara, e altro presidente del Congresso - in fatto di nuovi casi, non soltanto a livello regionale ma anche a livello nazionale. In Emilia Romagna ogni anno ci sono circa 400 nuovi casi, nel periodo 2006-2013 si è avuta  una media regionale di 8,7 nuovi casi ogni 100mila abitanti, superiore rispetto a quella nazionale. La zona di Rimini con  11 casi per 100mila abitanti si attesta su valori piuttosto elevati”.

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